datore di lavoro

Il Datore di Lavoro e la Responsabilità Penale sui luoghi lavoro in tempo di Coronavirus

Le infezioni da nuovo Coronavirus avvenute nell’ambiente di lavoro o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa sono tutelate a tutti gli effetti come “infortuni sul lavoro”. A precisarlo è la circolare n. 13 del 3 aprile 2020, con cui l’Istituto fornisce indicazioni in merito alle tutele garantite ai propri assicurati.

Per quel che concerne la gestione dei contagi in azienda, il momento fatale è arrivato il 17 marzo 2020 attraverso il D.L., il n. 18/2020, poi convertito nella legge n. 27/2020, all’art. 42, comma 2 : – “nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2)  in occasione di lavoro,  il  medico  certificatore  redige  il  consueto certificato di infortunio e lo invia  telematicamente  all’INAIL  che assicura, ai sensi delle vigenti  disposizioni,  la  relativa  tutela dell’infortunato.  Le  prestazioni  INAIL  nei  casi   accertati   di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro  sono  erogate  anche per il periodo di quarantena o di permanenza  domiciliare  fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro. I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa e non  sono computati ai fini della determinazione  dell’oscillazione  del  tasso medio per andamento infortunistico di cui agli articoli 19 e seguenti del  Decreto  Interministeriale  27  febbraio   2019”.   La   presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati. –  che intima ai medici di segnalare all’INAIL ogni caso di infezione da coronavirus in occasione di lavoro per la tutela assicurativa dell’infortunato.

La procedura che i Medici devono seguire è la seguente:

  • predisporre il certificato medico di infortunio
  • trasmetterlo telematicamente all’INAIL
  • denuncia/comunicazione dell’infortunio da parte del Datore di Lavoro

…..non solo! Aspetto non irrilevante è stato il dover segnalare all’autorità giudiziaria a norma degli artt. 365 c.p. e 334 c.p.p. l’avvenuto contagio in azienda.  Questo vincolo “non di poco conto” determina per il Datore di Lavoro un ipotesi di potenziale reato: un omicidio o una lesione personale colposa e, se del caso, anche un illecito amministrativo ex D.Lgs. n. 231 fatto salvo, l’accertamento della riconducibilità del caso a una condotta colposa del datore di lavoro, sempre riservata all’Autorità Giudiziaria.

La pubblicazione dei dati relativi ai contagi denunciati all’INAIL (54.128 a fine Settembre), ha determinato un acceso dibattito pubblico, con l’attenzione dei media che si è spostata sulla problematica del contagio nei luoghi di lavoro, in virtù di una terza ondata già in atto a Settembre.

   

 

L’applicazione dell’art. 29 bis del decreto Liquidità

Il dibattimento si è infine spostato anche in sede parlamentare. E alla fine è stata approvata una norma, l’ art. 29-bis inserito nel D.L. n. 23/2020 in sede di conversione nella legge 5 giugno 2020, n. 40. In forza di questo art. 29-bis, –  “ Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da COVID-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice civile mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del COVID-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni, rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” –  i datori di lavoro che adottano le misure prescritte nei protocolli, nelle linee guida, negli accordi, adempiono all’art. 2087 del codice civile, e, cioè, all’obbligo generico di adottare misure non specificamente previste dalla legge, ma suggerite da conoscenze sperimentali e tecniche.

In realtà la responsabilità del Datore di Lavoro non è totalmente esclusa rispettando esclusivamente quanto previsto dall’ art. 29 bis in quanto la colpa del datore di lavoro può consistere, sì, nella violazione dell’articolo 2087 del codice civile, ma anche in imprudenza, imperizia, negligenza, e soprattutto nella inosservanza delle specifiche leggi in materia di sicurezza sul lavoro, a cominciare dal D.Lgs. 81/08.

Quali sono le misure previste dal dlgs 81 08?

È bene distinguere le c.d. misure obbligatorie (misure organizzative, da quelle procedurali alla vigilanza, dalla formazione alla sorveglianza sanitaria), cioè, “le misure di sicurezza espressamente e specificamente definite dalla legge, o da altra fonte ugualmente vincolante, quali le misure previste dal DLgs 81 2008” tra le quali:

  • Designazione responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP)
  • Nomina degli addetti alle emergenze
  • Nomina del Medico Competente (MC)
  • Redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR)
  • Formazione/addestramento/informazione
  • Sorveglianza sanitaria
  • Monitoraggio/manutenzione e verifica degli impianti
  • Piani di emergenza ed evacuazione

Ci sono poi le c.d. misure specifiche, e, dunque, le misure “ricavate dall’art. 2087 c.c., che impone l’osservanza del generico obbligo di sicurezza”, e, quindi, dell’obbligo di adottare accorgimenti che, “pur non dettati dalla legge o altra fonte equiparata, siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli ‘standards’ di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe”. La distinzione tra le due tipologie di “misure” è un aspetto ben noto agli addetti ai lavori della giurisprudenza in materia di Sicurezza nei luoghi di lavoro, vedi colpa generica (violazione dell’art. 2087 c.c.) e la specifica inosservanza degli artt. 36, 37, 71 e 73 del D. Lgs. 81/2008).

Possiamo infine affermare che l’applicazione dell’art. 29-bis produce un duplice effetto: da un lato conferma la responsabilità penale del datore di lavoro che violi protocolli o linee guida o accordi, ma soprattutto non esclude la responsabilità penale del datore di lavoro che, pur rispettando protocolli o linee guida o accordi, non adempia ai diversi obblighi previsti da leggi specifiche quale il D.Lgs. 81/08.

Ed occorre aggiungere che, in coerenza con un principio pacifico in giurisprudenza, una responsabilità penale è configurabile anche per un contagio da COVID-19 occorso a un terzo (come il paziente di una struttura ospedaliera o un ospite di una RSA).

Senza dimenticare che la responsabilità può gravare non necessariamente sul datore di lavoro, bensì anche o soltanto su altri soggetti: un dirigente, l’RSPP, il medico competente, e non escluso lo stesso lavoratore inadempiente agli obblighi contemplati dall’art. 20, D.Lgs. n. 81/2008